
Rientrando da un viaggio in Indonesia, il nostro aereo ha avuto un guasto, per cui siamo rimasti ore fermi all’areoporto di Hong-Kong, molto moderno, e ci siamo poi diretti, anziché come previsto su Bombay, verso la più vicina cittadina indiana di Madras, nel sud-est del paese: abbiamo naturalmente perso la coincidenza per l’Europa, e ci hanno invece ospitato lì per un paio di giorni, in attesa della successiva. È stato un vero colpo di fulmine, per cui ci è bastata quella rapida visita, ed in particolare incontrare la prima mucca della nostra vita che fosse pacificamente intenta a ruminare sdraiata nel bel mezzo di una strada cittadina, per decidere che appena possibile ci saremmo tornati.
L’India è forse il paese al mondo del quale è più difficile rendere l’idea con poche parole, perché racchiude innumerevoli sfaccettature molto diverse le une dalle altre. Nel nostro viaggio, abbiamo fatto anzitutto una breve sosta a Bombay, o più correttamente Mumbai in indiano, di cui ricordo una vasta spiaggia, con un mare grigio e tante enormi cornacchie, ed un grattacielo affacciato proprio sopra; ricordo anche i marciapiedi pieni di persone che vendevano di tutto, nonché di baracche, e le sopraevelazioni in lamiera costruite su tutti i balconi dei palazzi che lo permettessero, e ricordo un tassista che ci diceva che era normale che crollasse qualche parte di edificio di tanto in tanto per il troppo peso; ricordo ancora il trenino cittadino, con i vagoni affollati all’epoca divisi tra quelli per gli uomini e quelli per le donne, e come mi guardavano tutti, quando sono sfacciatamente salita su uno di quelli riservati agli uomini, nel timore che ci perdessimo; ricordo infine che mi sono lasciata affascinare da un incantatore di serpenti, durante la visita del porto, e che gli ho permesso di avvolgermi in un cobra come in una sciarpa: gli era stato tolto il veleno, e quindi è stata un’esperienza del tutto senza rischio, ma che per me è rimasta davvero particolare.
Da lì, abbiamo ripreso l’aereo appunto per Madras, e siamo poi andati in autobus a Mahabalipuram, la nostra prima vera tappa nello stato del Tamil Nadu: è una cittadina relativamente piccola e turistica, molto piacevole, sul mare; è tuttora nota per essere un centro attivo di lavorazione del marmo ma ha origini antiche, ed è stata un porto importante più di un millennio fa; è contornata da dei bellissimi templi, esempi dell’arte caratte-ristica della regione in quel periodo, di cui molti sono letteral-mente scavati nella pietra, come una collezione di piccoli tempietti con vicino, se ricordo bene, anche delle sculture di animali che si trova poco lontano; c’è poi, sempre all’aria aperta, un famoso gigantesco bassorilievo, davvero splendido, che è stato ricavato da una roccia monolitica, dalle innume-revoli figure di divinità ed animali. Ho fatto per la prima volta nella mia vita il bagno vestita, indossavo un lungo abito verde che mi permetteva di dissimularmi almeno in parte tra le altre donne in sari, e come loro sono entrata nell’acqua solo fino a quando ancora toccavo, ma abbastanza da potermi immergere quasi completamente e giocare tra le grandi onde dell’oceano che si frangevano sulla riva; mi sono anche fatta intrecciare fiori tra i capelli, come si usa.
Abbiamo proseguito sempre in autobus, spostandoci verso sud ma restando un po’ all’interno rispetto alla costa che dà sulla baia del Bengala, e siamo arrivati a Tiruchirapalli, una cittadina più grande che si è litigata con la vicina Madurai il ruolo di capitale dello stato per lunghi periodi nella storia passata. Di caratteristico ed anche di un bello indimenticabile c’è un immensa formazione rocciosa di colore rosato, tra l’altro anche questa con costruzioni di origini molto antiche, alta quasi cento metri, in pieno centro della cittadina, che spicca nel paesaggio del tutto pianeggiante che la circonda. Sulla cima ci sono i resti di un forte ed appunto degli antichi templi, dei quali il più alto, che si può visitare solo inerpicandosi a piedi su per dei gradini scavati nella pietra, è dedicato a Vinayaka, uno dei nomi del dio-elefante Ganesh.
Sempre il mio compagno di allora, era anche appassionato di induismo, una religione dalle innumerevoli sfaccettature, come il paese, e ad entrambi piaceva in modo particolare proprio la figura di Ganesh; viene di solito rappresentato, oltre che con la testa di un elefante, con quattro ed a volte anche più braccia, e spesso con un topino ai piedi, che si dice sia stata una delle sue ultime reincarnazioni; dovrebbe essere figlio di Shiva e di Parvati, e secondo una delle leggende il padre lo scambiò a torto per un amante della madre, di conseguenza lo decapitò e solo dopo, per riparare all’errore, gli diede la testa del primo animale che passasse di lì, ovvero un elefante; protegge il commercio, la matematica, e più in generale tutte le arti e le scienze, ma soprattutto è il responsabile degli imprevisti ed al tempo stesso quello che può porvi riparo, per cui è una delle divinità a cui si ricorre di più, per chiedere fortuna.
La tappa successiva del viaggio è stata proprio Madurai, il cui nome ha un’origine particolarmente bella, perché dovrebbe venire da madhu, che significa nettare, ed indicare il posto dove Shiva ha lasciato cadere appunto del nettare; c’è uno dei templi più spettacolari di tutta l’India, quello di Meenakshi Akmann, dedicato ad una delle spose di Shiva, e credo allo stesso tempo anche ad una delle forme di Parvati, questa caratterizzata dagli occhi simili a quelli di un pesce, da cui il nome; è un tempio antico ma è stato in gran parte ricostruito più recentemente, assumendo l’aspetto odierno in cui spiccano delle altissime torri di forma leggermente piramidale, incredibilmente ornate di statue e dipinte a colori vivaci; c’è anche un giardino interno, ed una grande vasca, dove ci si può immer-gere. In realtà durante il viaggio abbiamo avuto l’occasione di visitare i templi più diversi, ed oltre a questi più o meno antichi e spesso molto decorati che si trovano in particolare nel sud ce ne sono di più spartani, nonché di molto moderni, alcuni dei quali addirittura con le insegne al neon; si poteva in genere entrare, per lo più a piedi nudi ed in alcuni casi, per gli uomini, anche a torso nudo; abbiamo tra l’altro incontrato un bramino che in cambio di un’offerta ha accettato di farci partecipare ad un cerimoniale propiziatorio all’unione, in cui si aggiungeva un proprio nastro alla moltitudine di quelli che ornavano un vecchio albero nel tempio e ci si divideva una banana; eppure mi è rimasta la sensazione che, per diventare realmente partecipi dell’induismo, probabilmente non basterebbe una vita.
Proseguendo, abbiamo ripreso ancora l’autobus, stavolta per un tragitto più lungo: era piuttosto affollato e ricordo delle donne che si sono strette sul sedile per farmi posto, non parlavano inglese ma sono state davvero gentili; così abbiamo attraversato la zona centrale del Tamil Nadu per raggiungere Kannyakumari, una piccola cittadina in una posizione stupenda, proprio su Cape Comorin, all’estremo sud dell”India, punto d’incrocio di oceani: c’era una bella scogliera ed abbiamo dormito in una stanza dalla splendida vista sul mare, cullati dal rumore delle onde, in un insieme suggestivo a dir poco. C’era un tempio sempre sul mare, questo dedicato proprio a Parvati, e si poteva recarsi in barca su un isolotto poco distante dalla costa e trovarsi di fronte allo spettacolo della cittadina vista da lì; abbiamo conosciuto un italiano che vi si era trasferito da anni e collezionava oggetti di antiquariato, nonché dei ragazzi mussulmani che ci hanno invitato a casa di uno di loro per passare una serata a bere qualcosa e chiacchierare: erano molto incuriositi e sono stati piuttosto estroversi, ma credo di essere sembrata di nuovo un po’ sfacciata per essere una donna. In uno dei giorni che abbiamo trascorso a Kannyakumari, ci siamo poi allontanati per una lunga passeggiata sulla spiaggia e siamo arrivati fino ad un vicino villaggio, piccolo e niente affatto turistico, con cani randagi o meno che ci seguivano insospettiti e gente invece molto ospitale: sembravano per lo più pescatori, ed una famiglia ci ha invitato ad entrare in casa ed a dividere con loro appunto del pesce e del riso; infine ci hanno chiesto di farsi fotografare, con i bambini che si mettevano in posa in ordine di età.
Dopo, ci siamo spostati in Kerala, con una tappa nella capitale, Trivandrum, e l’immancabile visita di un altro tempio, questo dedicato a Visnù: stavano organizzando una cerimonia, e sempre lì, appunto come parte della cerimonia, si doveva rendere omaggio ad un elefante, “truccato” per l’occasione con polveri dai colori allegri, in particolare con un grande triangolo rosa sulla fronte, e degli eleganti arabeschi dorati. Abbiamo poi visto, sempre in Kerala, degli altri elefanti addomesticati, questi invece adibiti a lavori del tipo di spostare tronchi, in una regione montuosa che era un parco naturale, a cui si arrivava salendo tra piantagioni di tè e di caffè, in un paesaggio bellissimo ma su di una strada talmente stretta ed a tornanti che a guardar fuori dal finestrino sembrava a tratti di stare per precipitare. Nel parco ci siamo sfortunatamente potuti fermare solo un paio di notti, non abbastanza per fare una vera visita che comunque sembrava essere un’impresa un po’ impegnativa; noi ci siamo limitati ad una passeggiata guidata, nella quale già si doveva attraversare un tratto paludoso su di una zattera piuttosto improvvisata, in una giornata piovig-ginosa: il posto era splendido, con un folto e verde sottobosco, ma il mio ricordo più indelebile è rimasto quello della quantità incredibile di sanguisughe che ci siamo ritrovati appiccicate, infilatesi non si sa come tra i pantaloni e gli scarponi, ed erano per giunta sanguisughe tenaci. Mentre eravamo in attesa dell’autobus per il ritorno, su di un piazzale deserto, abbiamo incontrato una donna con una bambina bellissima, dai capelli ricci e dai grandi occhi neri, che guardava curiosa la mia macchina fotografica; sembravano delle zingare, hanno accettato volentieri qualche rupia per farsi riprendere, e la bambina si è entusiasmata quando sono finalmente riuscita a farle prendere la macchina ed a convicerla a guardare attraverso l’obiettivo.
Successivamente abbiamo attraversato il Kerala in treno, risalendo quindi la costa occidentale, e ci siamo spinti fino a Goa, lo stato più piccolo dell’India, con come capitale la città omonima, piuttosto moderna, sul mare, che è anche una località turistica molto nota; era in particolare un punto di ritrovo per gli hippies ma nonostante questo, quando ho osato mettermi in costume da bagno, mi sono trovata circondata da ragazzi che volevano farsi fare una foto con me, ed è stato piuttosto divertente. Comunque, la spiaggia era immensa, in gran parte deserta, con le classiche splendide palme che spuntavano isolate quà e là, e vi abbiamo fatto una passeggiata da sogno. Risalendo ancora la costa, abbiamo fatto un’ulteriore tappa a Ganapatipule, una piccola cittadina sempre sul mare in quello che è già lo stato del Maharashtra, ma parecchio più a sud di Mumbai che ne è la capitale; all’epoca non era particolarmente turistica ed era invece piuttosto caratteristica; in particolare il tempio, naturalmente dedicato a Ganesh, era del tipo spartano, in cui gli uomini potevano entrare solo a torso nudo. Per poterla visitare, abbiamo dovuto raggiungerla in autobus da Goa e poi proseguire sempre in autobus appunto per Mumbai, in quest’ultimo caso viaggiando di notte ed arrivando la mattina all’alba, ed è stato il tratto più faticoso di tutto il viaggio. Abbiamo incontrato una ragazza olandese, che era venuta in treno dall’Europa, abbiamo fatto una sosta notturna in cui mi sono ritrovata infangata fino alle caviglie e mitragliata da una quantità di zanzare, ed ad un certo punto mi sono affacciata dal finestrino proprio al momento sbagliato, per cui mi sono presa gli spruzzi dello sputo del passeggero davanti: infatti si usava molto, soprattutto tra gli anziani, masticare foglie di betel, dal caratteristico colore rossastro.
All’arrivo eravamo esausti, e dopo le ultime settimane, passate nella tranquillità delle piccole cittadine del sud, ritrovarci all’improvviso in quella metropoli è stato un vero contrasto; per cominciare con un aneddoto, nella stazione si usava appendere al muro delle grosse corde, che bruciavano lentamente ad una estremità, come accendini pubblici, ed io volevo servirmi di uno di questi, che era appeso su di un bidone della spazzatura, per accendermi la prima sigaretta della giornata: mi sono ritrovata ad avere un incontro ravvicinato del terzo tipo con un grosso ratto che stava evidentemente cercando da mangiare nel medesimo ed è fuggito via spaventato. Invece subito dopo, girando a piedi lì vicino in attesa che aprisse la biglietteria, ho visto quella che mi è realmente rimasta impressa come la scena più triste del viaggio: una montagna di rifiuti ed una donna che si era ricavata un po’ di posto tra un sacco e l’altro, e che sempre con dei sacchi aveva fatto una culla per un neonato.
In effetti, Mumbai ed il resto del Maharashtra non l’abbiamo visitato praticamente affatto ed abbiamo proseguito subito verso il centro-nord, questa volta in treno, per dedicare gli ultimi giorni alle località turistiche più rinomate della regione: siamo stati anzitutto a Jaipur, capitale del Rajastan, quasi ai bordi del deserto, una cittadina che è un incredibile piccolo gioiello per il suo caratteristico miscuglio di architettura indù e mussulmana ed i palazzi in stucco rosa; ci sono in particolare il famoso Amber Palace ed il forte, con i bordi delle alte mura che sembrano un ricamo sfarzoso contro il cielo, e ci sono le strade piene di cammelli, utilizzati ancora più che gli elefanti al sud come animali da trasporto. Era davvero un sogno, e siamo anche andati, guidati da dei ragazzini, al vicino complesso di templi di Galtaj, con le grandi vasche, i palazzi bellissimi ma un po’ fatiscenti, che ancora conservavano le tracce di antichi dipinti, ed il tempio più lontano ed isolato che ospitava un’incredibile popolazione di scimmie.
Ancora, abbiamo fatto una classica gita da Nuova Delhi alla vicina cittadina di Agra, in Uttar Pradesh, antica capitale dell’impero Mughal, che prima della dominazione britannica aveva esteso la sua influenza a tutta l’India; anche qui un miscuglio sia pure diverso di architettura islamica, in particolare persiana, ed indù, con risultati di un bello indescrivibile, soprattutto nel famoso Taj Mahal: questo è un gigantesco mausoleo in marmo fatto erigere nel 1600 da uno degli imperatori come tomba in onore della sua sposa preferita, dall’enorme cupola di un bianco abbagliante e dalla struttura semplice che poi però si complica in infiniti ed eleganti trafori ed in una cura dei particolari minuziosa; si dice che lo stesso imperatore avrebbe voluto costruire di fronte un altro edificio identico, ma in marmo nero, per ospitare la propria tomba, invece sono seppelliti entrambi nello stesso, l’uno accanto all’altra; vicino, dello stesso periodo ma di architettura diversa, e nell’insieme dalla struttura più squadrata, c’è il forte rosso, il più grande del paese. Infine, nella stessa gita, una tappa da non perdere era rappresentata dalle rovine di Fathepur Sikri, una reggia fantasma persa nella giungla in un insieme particolarmente suggestivo, con palazzi fatiscenti sullo stile appunto del forte rosso di Agra e che infatti risalgono sempre allo stesso periodo di fine 1500; era stata costruita in origine per ospitare la corte imperiale e poi è rimasta invece disabitata ed ospita, tra l’altro, l’impressionante monumento ad arco di Buland Darwaza, pare il più alto del mondo, a cui si accede per una lunga scalinata di gradini giganti, sempre in marmo rosso scuro.
Di Nuova Delhi non abbiamo avuto il tempo di vedere molto, mi ricordo solo le strade larghe ed i palazzi eleganti; siamo stati allo zoo, dove abbiamo visto un po’ degli animali che avremmo potuto forse incontrare liberi nei parchi se ci avessimo trascorso più tempo, ed in particolare un’indimenticabile esemplare di tigre bianca con i suoi cuccioli, tutti con gli occhi azzurri, che evidentemente per difenderli si è gettata ferocemente contro di me quando mi sono avvicinata troppo alla rete; abbiamo visto anche un serpente che vagava, all’apparenza pacifico e del tutto libero, nel bel mezzo di uno dei viali, ma era piccolo.
Non so quanto sia cambiata l’India da allora, ed a dire il vero suppongo che sia cambiata molto; però mi ricordo i piccoli e tranquilli centri abitati che abbiamo visitato nel sud, con la loro atmosfera magica di posti fuori dal tempo, come davvero particolari e preziosi: vivevano soprattutto di agricoltura e di pesca, ed erano piuttosto poveri, ma allo stesso senso il clima era sereno, a cominciare dai ristoranti tipicamente solo vegetariani, il cui piatto più prelibato poteva essere costituito da dei piselli serviti senza posate su di una grande foglia di banano. In questo senso è stato il tipo di esperienza che fa riflettere sull’idea che il progresso implica necessariamente perdere qualcosa.
(Rivisto – Scritto inizialmente a Parigi nel 2007)