
Erano le tre del pomeriggio di una giornata torrida, di quelle che si vorrebbero passare sdraiati in veranda, a sorseggiare un bicchiere di latte e menta, cullati da un’amaca e sventolandosi con una foglia gigantesca; lei era una bambina, e faceva parte con sua nonna di una spedizione diretta dai suoi genitori che avanzava lentamente lungo il sentiero tortuoso di una verdeggiante foresta tropicale. Ovunque uccellini colorati dal becco lungo e sottile che restavano sospesi a mezz’aria, agitando vorticosamente le ali per prendere il nettare da fiori a calice o beccare qualche frutto gustoso; ovunque farfalle, a volte bianche e simili a grandi fazzoletti di carta, altre volte blu, o arancioni e nere, che si posavano qua e là leggere e poi subito riprendevano il volo. I fiori di banano si aprivano fieri, sovrastando i caschi ancora appena accennati, mentre, poco distante, banane già mature aspettavano solo di essere colte; il cielo era di un azzurro terso, con giusto un paio di nuvolette che sembravano dipinte, ed il disegno richiamava uno scivolo che una donna stava discendendo, retta per le braccia da un’altra figura a testa in giù, forse una maga, dalla gonna ampia e svolazzante.
Si ricercava un tesoro di tipo particolare ma comunque prezioso, pozze d’acqua nella terra rossastra della giungla o nelle cavità degli alberi che contenessero larve di zanzara, e la spedizione era quanto meno insolita: la nota più stravagante era appunto la signora anziana che la chiudeva, capelli bianchi raccolti a crocchia sulla testa, un cappotto nero, in completo contrasto con il posto, che faceva risaltare l’azzurro degli occhi, un foulard sul marrone al collo e scarpette sempre nere, con il tacco, che risuonavano sui sassi. La bambina la seguiva, intenta ad osservare scrupolosamente gli insetti sul cammino, e a prendere appunti.
Gli alberi raggiungibili dove si potevano trovare focolai erano stati tutti esplorati e segnati, ogni volta la spedizione si era fermata e qualcuno si era arrampicato a catturare le larve, che sarebbero state in seguito fissate e poi montate su appositi vetrini, per poterle conservare e studiare poi con calma. Venivano anche raccolti degli esemplari adulti, scavando la sera buche intorno al campo, coperte in parte da tele di tulle in modo che le zanzare, che vi si aggiravano intorno durante la notte, vi rimanessero intrappolate. Oppure si catturavano le femmine alate cercandole dentro le capanne dei villaggi incontrati sul cammino, dove si riposavano dopo aver punto, e risucchiandole con degli aspiratori appositi in bicchieri di carta, chiusi anche questi da un leggero tulle; il ronzio che proveniva dai bicchieri pieni incuriosiva i bambini, che si divertivano a lasciarseli avvicinare alle orecchie e poi seguivano per un tratto la spedizione, formando quasi un corteo. Tutti avevano partecipato alla ricerca, e solo la bambina e sua nonna erano restate un po’ isolate, in disparte.
Si procedeva già da giorni ed il sentiero era ora in discesa, per cui si avanzava spediti: avevano ancora diverso cammino da fare ed era importante raggiungere il luogo prescelto per la tappa successiva prima che calasse l’oscurità. In fondo alla discesa c’era una vallata, e nella vallata un antico tempio, circondato da costruzioni di pietra in rovina che, se non fosse stata una spedizione africana, si sarebbero potuti credere i resti di un tempio Indù; evidentemente, secoli prima, anche lì erano stati raggiunti inauditi splendori da una qualche civiltà poi decaduta, la cui religione doveva essere stata in parte animista, perché c’erano animati scolpiti ovunque, talmente vivacemente riprodotti da sembrare veri: leoni, leopardi, ghepardi, elefanti, bufali, rinoceronti, ippopotami, coccodrilli, serpenti, ibis, ed una maestosa giraffa, che dominava il centro del tempio.
Di fronte, dove passava il sentiero, un uomo bianco camminava avanti e indietro, un uomo non particolarmente alto ma dal collo straordinariamente lungo che annuiva come tra sé e sé; aveva gli occhi chiari, pochi radi capelli giallognoli, ed era forse un vagabondo che chissà perché aveva scelto di fermarsi proprio in quel luogo, ma che in ogni caso non tentò di parlare con nessuno, restò solo lì, fermo a guardare. Subito prima del tempio, una fila di formiche giganti attraversava il cammino, fila che si stava ricomponendo a fatica dopo il passaggio degli uomini, e la bambina si fermò ad osservarla, notando che la maggior parte delle formiche trasportava uova, come dei minuscoli chicchi di riso, e pensando che il formicaio dovesse essere stato in parte danneggiato e fosse quindi urgente metterle al sicuro altrove.
Passarono solo poche decine di secondi, ma gli altri stavano già sparendo oltre una curva ed anche sua nonna era ormai fuori di vista, per cui lei si trovò a camminare di fronte a quello strano sconosciuto sola: fu come se le sue paure ancestrali si concretizzassero in un istante nel peggiore degli incubi possibili, e svanirono la foresta, le formiche ed il tempio, mentre sentiva le mani dell’uomo stringerle la gola, ne vedeva il collo allungarsi a dismisura e la testa ingrandirsi, stava aprendo la bocca, un uomo serpente capace di inghiottirla in un solo boccone.
Poi, si svegliò.
(Parigi, 2002)