La formica esploratrice

C’era una volta una formica; viveva in una colonia di altre come lei, ed era una pacifica operaia; piccola e nera, con le tre paia di zampine, i due occhi fissi, e le due antenne, si occupava di sorvegliare le uova assieme alle compagne e di trasportare il cibo che trovava al formicaio. Questo era stato scavato, cunicolo dopo cunicolo, sotto un grande masso all’ombra di un vecchio abete: era ormai un groviglio inestricabile di minuscoli tunnel che scendevano anche alla profondità di quattro o cinque centimetri; c’erano poi alcune grandi sale, dove le formiche si riunivano per chiacchierare ed ascoltare storie, nelle lunghe serate o quando era brutto tempo.

Narravano le loro leggende che il mondo era stato creato da delle divinità giganti, con le formiche e tutti gli altri animali, compresi i mostruosi draghi verdi che le cacciavano con la loro lunga lingua appiccicosa e saettante, gli ancora più mostruosi predatori dal becco ricurvo e le grandi forme dalle appendici pelose, a paragone innocue. Le divinità vivevano nello spazio, ovvero in un al di là irraggiungibile da una formica nella sua vita terrena. In particolare, abitavano in un meraviglioso palazzo, che era un antro vuoto e buio, proprio una caverna perfetta per delle formiche giganti. Tuttavia, a volte venivano ancora nel mondo terreno, per intervenire sul loro operato, di solito generando dei cataclismi.

In questi casi, assumevano diversi aspetti: a volte un ramo che finiva tra le nuvole e poteva avere varie appendici, altre volte una vera e propria colonna, dal fondo piatto; arrivavano sempre dall’alto e si poggiavano, restando al suolo solo pochi istanti per poi spostarsi di nuovo a grande distanza. Usavano anche un gigantesco carro che lanciava fiamme ed appestava l’aria, poggiante su delle montagne nere, fatte di una strana sostanza dura e sagomata, che si ergevano a perdita d’occhio e che, incredibilmente, rotolavano sul terreno quando il carro si muoveva: infatti, si raccontava che nel mondo di là ci fosse anche un’interminabile superficie grigia e ruvida, dove i carri fiammeggianti passavano continuamente.

Ancora, si sapeva che le divinità giganti comunicavano tra di loro emettendo delle forti onde sonore, che avvertivano della loro presenza quando venivano nel mondo terreno ed incitavano le formiche a nascondersi il più in fretta possibile. Era infine noto che le divinità intervenivano sempre e solo quando una o più formiche non avevano rispettato la loro autorità ma, pur di punire le colpevoli, spesso schiacciavano anche delle innocenti; restavano comunque stragi ordite dalle loro menti superiori, alle quali era praticamente inutile tentare di opporsi, e che avevano un loro senso recondito, imperscrutabile.

Erano le divinità a mandare il sole e la pioggia, a stabilire quante delle uova della piccola colonia si sarebbero schiuse e se ci sarebbe o meno stato un periodo di siccità o di scarsità di provviste. A loro si facevano offerte ed indirizzavano preghiere, a loro si sacrificavano addirittura delle formiche, per scongiurare il ripetersi della grande catastrofe. Sempre secondo le loro leggende, secoli del loro tempo prima, ovvero diverse generazioni di formiche prima, le divinità giganti non si erano limitate ad intervenire calpestando, e magari rovesciando delle zolle di terra, ma avevano addirittura scoperchiato il formicaio. Il masso si era per magia alzato nel cielo, lasciando molti dei tunnel e soprattutto le uova allo scoperto; era stato come un tremendo terremoto ed anche se successivamente, sempre per magia, il masso si era rimesso a posto, buona parte della colonia era rimasta uccisa o ferita. Solo grazie a poche coraggiose, che erano riuscite a conservare i nervi saldi ed a preoccuparsi di portare al riparo dalla luce le uova, la vita era in seguito potuta riprendere come prima.

A volte, le formiche si spingevano lontano, facendosi strada tra gli aghi secchi ed i sassetti in terra, dove per loro ogni sassetto era una minuscola collina ed ogni filo d’erba una ripida scarpata; qui c’era il tronco dell’abete, una salita verti-cale che si estendeva all’infinito, coperta da rivoli di resina, mentre più in là il terreno diventava molto duro, pietroso e pianeggiante, e spesso si trovavano delle vere leccornie, come dei frutti mezzo spiaccicati o persino delle briciole dolci. In questi casi, la fortunata esploratrice tornava esultante al formicaio ad indicare la strada alle compagne e tutte assieme formavano una lunga fila, ognuna trasportando poi indietro il suo pezzetto di cibo. Il terreno pietroso e pianeggiante era quello di un piccolo piazzale, con due nespoli, ed ad esaltarle bastavano i resti di uno spuntino, ma loro non potevano saperlo.

Un giorno, l’esploratrice della nostra storia si spinse più avanti, più in là di dove fossero mai andate altre formiche da molto tempo prima: c’era un muro, che si innalzava verticale dal piazzale e che lei costeggiò, poi un grande portone di legno, sul quale si arrampicò per un pezzetto, ed alla base della quale infine, tornando appunto verso il basso, scoprì una fessura. Si trovò in un grande atrio oscuro, dal pavimento a rilievi, ed ebbe paura di quell’improvviso spazio vuoto che le sue antenne percepivano come qualcosa di completamente estraneo, così tanta paura da non riuscire più a trovare il pertugio dal quale era passata.

Iniziò invece a correre all’impazzata ed incontrò, dopo un tempo che le sembrò eterno passato a peregrinare, una liscia superficie bianca, prima in salita verticale, poi piatta, poi di nuovo in salita verticale; era una formica ostinata, per cui si inerpicò su di un gradino dopo l’altro in cerca della luce: mano a mano che avanzava, infatti, l’ambiente diventava più chiaro ed all’improvviso vide dinanzi a sé fiotti di sole entrare da una voragine nel muro. Andò in quella direzione, ma le sue antenne le trasmisero il messaggio di avere di fronte qualcosa di solido che era al tempo stesso stranamente trasparente, e lei non sapeva cosa fosse una finestra; di conseguenza, rimase lì incerta, ancora esplorando, e trovò dei rimasugli di cibo che le sarebbero bastati a lungo, addirittura un mezzo biscotto secco, ed una pianta in un vaso che la rassicurò, al punto che non osò più abbandonare quel rifugio imprevisto.

Forme enormi le passarono davanti, e credette di riconoscere i giganti che erano le loro divinità, gli stessi che a volte erano venuti intorno al formicaio, ma che non aveva mai visto da così vicino; aveva naturalmente sentito raccontare più volte la storia secondo la quale i giganti vivevano in un enorme palazzo, oltre i confini del mondo, e si chiese se per caso non fosse morta senza accorgersene e quello fosse appunto il mondo di là, solo che allora avrebbe dovuto poter vedere anche il carro fiammeggiante di cui i giganti si servivano, e l’interminabile superficie grigia e rugosa su cui si narrava che i carri passassero. Era un problema troppo metafisico per il suo semplice cervello di formica, e non poteva immaginare che, a partire dal formicaio, la casa era in una direzione e la strada in quella opposta; si accontentò di smangiucchiare un pò di biscotto e di addormentarsi in una nicchia di terra nel vaso.

Fu svegliata da una vera alluvione, non aveva mai visto tanta acqua tutta assieme, neanche durante gli acquazzoni più improvvisi e violenti, perché c’era sempre il tempo di rifugiarsi sotto il masso, ed il terreno in discesa intorno al formicaio riparava dalla pioggia; quì era invece un getto continuo che veniva dall’alto, e mentre annaspava la formica credette di essere alla fine della sua avventura e della sua vita. Non fu così, la terra assorbì l’acqua in fretta perché era piuttosto secca, il getto finì con la stessa rapidità con cui era iniziato, e dopo poco la formica si ritrovò sana e salva, arrampicata sul bordo del vaso. Fu allora che vide, per la prima volta nella sua esistenza, delle montagnole rosa in movimento con lunghe appendici dello stesso colore che si avvicinavano ed infine si posavano vicino a lei, e seppe d’istinto che era proprio una delle forme che potevano assumere i giganti, mentre si sentiva trasportare in alto assieme al vaso ed alla pianta, senza potersi opporre in nessun modo. Per un po’ si concentrò nel cercare di restare in equilibrio, ed in realtà l’ondeggiamento cessò dopo pochi minuti, ma lei solo molto più tardi osò avventurarsi giù per la liscia superficie di terracotta.

Si trovò su un piano di legno, ancora più liscio ed addirittura lucido, al punto che sopra ci si scivolava, e le sue antenne individuarono un ambiente grande quasi quanto l’atrio di prima, anche se più luminoso. La superficie del piano era in sé molto vasta, e finiva nel vuoto con delle pareti verticali; la percorse in lungo ed in largo, trovando tra l’altro una quantità di briciole che era però troppo spaventata per mangiare e non avrebbe più saputo dove trasportare; alla fine ricapitò vicino alla pianta e si arrampicò un’altra volte sul vaso, contenta di avere un punto di riferimento. Scese di nuovo solo dopo alcune ore, quando la luce del giorno era stata sostituita da un vivo bagliore giallognolo a lei sconosciuto, e più giganti avevano riempito lo spazio proprio lì accanto. Nel frattempo aveva calmato la sua agitazione ed ora era soprattutto curiosa: voleva vederli da vicino.

Ecco, la superficie era ora in parte coperta da qualcosa, una fitta rete che dava l’impressione di una strana sostanza ruvida: la formica aveva già incontrato dei pezzetti di sostanze simili nella sua vita, e sapeva dalle leggende che i giganti la usavano per avvolgervisi; poi vide di nuovo le montagnole rosa, che si muovevano, ora si poggiavano ed ora si sollevavano, ma non ebbe il coraggio di provare ad avvicinarsi ancora. Invece, le sue antenne percepirono degli odori meravigliosi, ed attratta appunto da questi scalò una delle superfici liscissime da cui era circondata: si trovò in mezzo a foglie di lattuga, poi quasi affogò nel sugo di pomodoro, ed infine, per concludere quel pantagruelico banchetto, trovò addirittura degli interi granelli di zucchero.

Più tardi, i giganti iniziarono a muoversi tutti assieme, e la formica ebbe a stento il tempo di precipitarsi via dalla fitta rete prima che questa venisse tolta; la superficie del piano tornò la stessa del mattino, ma le divinità erano ancora lì. Stavolta si avvicinò ad uno di loro, e poté distinguerlo meglio, anche se sempre confusamente. Capì che le montagnole rosa con le appendici erano a loro volta legate da lunghi rami ad una forma ancora più grande, simile ad un enorme uovo con un’altra appendice mostruosa sulla cima, che poté osservare meglio quando il gigante si chinò.

Era anch’essa ovale, parzialmente ricoperta da peli e di colore sempre rosa nel resto, con una montagnetta al centro ed un larga apertura verso il fondo; c’erano poi, ai due lati della montagnetta, anche una coppia di cose vivacemente colorate che si muovevano lentamente e simultaneamente, circondate da una miriade di antenne. Lei tentò di comunicare, appunto facendo vibrare le proprie antenne, ma quelle del gigante vibravano tutte insieme rapidamente e non sembravano voler dire nulla di preciso; invece i rumori che faceva agitando l’aria con l’apertura alla base dell’ovale erano spaventosi, e le occorse tutto il proprio coraggio per non battere in ritirata.

Sul piano era nel frattempo comparso un elemento nuovo, una tavola di legno a quadretti chiari e scuri, con poggiati sopra dei bizzarri pezzetti di legno intagliati: le montagnole rosa in movimento prendevano ora un pezzetto ora quì e subito dopo un pezzetto là, di nuovo senza nessuno scopo evidente. La formica rimase qualche tempo ad osservare, cercando inutilmente di capire il significato di quello che vedeva, poi ritornò pacificamente alla sua pianta. Le cose si ripeterono in modo simile per diversi giorni, cosicché lei si abituò al rituale; riuscì anche a rendersi conto che, quando c’era la fitta rete, i giganti stavano mangiando, e le montagnole rosa in movimento portavano il cibo all’apertura della grande appendice ovale di sopra.

Poi, una sera, le capitò di avventurarsi su un’altra superficie liscia, della stessa sostanza trasparente di cui era fatta la finestra: questa volta era un bicchiere, con qualcosa dentro che mandava una volta di più un buon odore e che lei avrebbe voluto poter raggiungere. Invece la parete sulla quale si stava arrampicando finiva all’improvviso con un bordo molto stretto, ed accadde che camminandoci sopra lo trovò più viscido di quanto sospettasse, per cui non riuscì a mantenere l’appiglio e precipitò nel liquido il cui odore l’aveva attratta.

Fu una fortuna per lei che pochi attimi dopo le ormai note montagnole rosa in movimento si posassero proprio su quel recipiente. Si trovò quasi catapultata all’interno dello spacco alla base dell’ovale di uno dei giganti ma riuscì ad aggrapparsi ad uno dei bordi: “Che schifo, una formica in bocca!” Lei non poteva capire le parole, ma si rese conto di non essere stata gradita da come il gigante la colpì. Dopo un volo avventuroso si ritrovò piuttosto ammaccata su di una nuova superficie liscia, che percepì essere più in basso del piano al quale si era ormai abituata. Lì la vita era decisamente più pericolosa, perché le colonne dal fondo piatto, che erano evidentemente altre appendici dei giganti, si abbattevano in continuazione tutt’intorno: fuggendo perse del tutto il senso dell’orientamento, però alla fine trovò un angolino scuro, con un po’ di terra e qualche briciola, dove rifugiarsi almeno per qualche tempo.

L’indomani si rimise a peregrinare, e stavolta avrebbe voluto riuscire a tornare al piano alto ed alla sua pianta, senonché sbagliò completamente direzione, passò per un’ulteriore fessura alla base di una parete di legno, e si ritrovò in un ambiente del tutto diverso, di poco meno ampio del precedente e molto più luminoso: la affascinarono gli odori, ed infatti incontrò una quantità insperata di resti dei cibi più svariati sul suo cammino; sentì poi un calore vicino e si arrampicò su una parete verticale per capirne la provenienza.

Si ricordò in particolare di una vecchia leggenda, secondo la quale le divinità giganti erano capaci di sviluppare un calore persino più forte di quello dovuto alla luce del sole, e capì di essere in presenza di questa particolare stregoneria: si avvicinò incuriosita finché il caldo si fece così intenso da farle temere che si sarebbe bruciata le zampe o le antenne a proseguire oltre; davvero inaspettatamente, le sembrava però che il calore fosse sviluppato, in forma di fiamme vivide, da dei normali pezzi di legno, come il tronco dell’abete sul quale era abituata ad arrampicarsi, vicino al formicaio. Nello stesso giorno fece l’esperienza di qualcosa di ancora più stupefacente, perché da un’apertura in un’altra parete le arrivò la sensazione opposta di qualcosa di tremendamente freddo, e fu ancora una volta fortunata, perché non osò avventurarsi all’interno del frigorifero prima che lo sportello si richiudesse.

Eppure la vera sorpresa giunse in serata, quando le montagnole rosa in movimento, alle quali ormai stava cominciando ad abituarsi, sollevarono una volta di più la superficie sulla quale stava camminando e lei rimase incredula nel rendersi conto, discendendone poco dopo, di essere tornata sulla rete ruvida che aveva fatto da scenario ai suoi banchetti pantagruelici dei primi giorni. Ispezionando intorno, capì che il piano e l’ambiente erano proprio gli stessi, e ritrovò addirittura la sua pianta.

Vi restò altre sere, ma poco tempo dopo le capitò di non essere abbastanza rapida a togliersi dalla superficie di tela: si ritrovò in una concavità insieme a briciole ed a rimasugli di cibo, poi fu come se ci fosse un terremoto, si sentì prima sollevare, quindi letteralmente lanciare nel vuoto. Fece un volo di diversi metri ed il suo sbalordimento fu enorme quando, riprendendosi dallo stordimento e guardandosi intorno, riconobbe la superficie di pietra alla quale era abituata dall’infanzia.

Incredibilmente, riuscì a tornare al formicaio e tutte le sue compagne, che la credevano morta, furono così meravigliate dai suoi racconti da pensare che fosse una formica oracolo, una delle poche, visto che l’ultima era capitata diverse generazioni prima, a cui fosse dato di entrare in contatto con le divinità giganti e come tale in diritto di aggiungere nuove leg-gende al loro repertorio. La nostra formica era però piuttosto particolare e si era fatta un’idea tutta sua dell’avventura che le era capitata: secondo lei era impossibile poter andare nel mondo di là e tornare viva, per cui, dopo averci ragionato sopra a lungo, arrivò alla conclusione che si era solo persa, e che i giganti popolavano normalmente il loro stesso mondo, con la differenza che essendo più grandi potevano coprire enormi distanze molto più rapidamente, per cui era possibilissimo che l’avessero trasportata in giro per il loro palazzo. Tuttavia non riuscì a convincere nessuna delle sue compagne della correttezza del suo punto di vista e finì con il passare la maggior parte del tempo sola e piuttosto sconsolata.

Poi, un giorno, arrivò una nuova formica esploratrice: proveniva da un’altra colonia e naturalmente fu immediatamente notata e messa sotto controllo, ma disse di avere intenzioni pacifiche e fu convincente nel raccontare di essere sola. Inoltre, veniva da un formicaio troppo distante perché si potesse litigare sulle provviste: spiegò che era arrivata dopo un cammino lunghissimo, che aveva impiegato più giorni a percorrere, fermandosi a dormire sotto le foglie lungo la strada. Le altre ascoltarono incredule, poiché nelle loro leggende erano la sola popolazione di formiche che abitasse il mondo, e l’esploratrice dovette tornare a ripetere più e più volte che c’era proprio, anche se molto distante, un’altra colonia simile alla loro ed anche questa protetta da un masso. Per la precisione, secoli di formica prima, un drappello di cui non si era più saputo nulla era emigrato dal formicaio dell’abete per fondare quell’altro, ed il racconto trasmesso di generazione in generazione di quel primo viaggio aveva permesso a lei di ritrovare il cammino.

Fu così chiaro che il mondo si estendeva oltre i confini noti, e che comprendeva almeno anche il territorio di quest’altra colonia e, soprattutto, la nuova formica portò la versione del-l’altro formicaio sulle leggende che avevano come oggetto i giganti: anche loro conoscevano bene sia le montagnole rosa che le colonne che terminavano piatte, ed i rami dalle appendici diverse che si muovevano, ma pensavano che fossero diverse parti dei giganti, anziché diverse forme che questi potevano assumere. Inoltre, la formica dell’altra colonia non sapeva nulla di macchine di fuoco, ma concordava sull’esistenza del palazzo ed anzi, l’aveva essa stessa visitato in quanto si trovava vicino al suo formicaio di provenienza: bastava arrampicarsi su per una parete verticale, continuando dritte verso l’alto senza perdere l’orientamento, e poi passare per una fessura alla base di una parete di legno, e ci si veniva a trovare in uno spazio ampio e piuttosto buio, che era una delle stanze del palazzo.

Lì, aveva potuto osservare più volte i giganti, di solito di sera o di primo mattino e di solito sdraiati. La sua descrizione risultò a questo punto sorprendentemente simile a quella della nostra iniziale formica esploratrice. La differenza principale era che nelle sue memorie erano per lo più silenziosi, benché a volte producessero strani rumori con l’apertura alla base dell’appendice ovale che avevano in cima. Inoltre, non aveva notato nessuna cosa colorata, ma ricordava bene la miriade di antennine: erano perfettamente immobili, a parte qualche contrazione che però non significava nulla. Si era addirittura arrampicata sopra il corpo di un gigante per studiarne le mostruose appendici da vicino.

Terminò il suo racconto nel silenzio stupefatto dell’auditorio, che faticava ad abituarsi alla nuova idea e guardava ora lei ed ora la loro formica esploratrice, quest’ultima talmente contenta da mettersi a saltellare. Poi aggiunse ancora, sospirando: “Vedete, le mie compagne non mi credono, ed è per questo che sono venuta fin qui in cerca di conferme. Secondo me, i giganti sono animali come noi.”

(Parigi, 2002)

Pubblicato da Barbara Coluzzi (babmafalda)

Sono un'appassionata di fotografia dall'adolescenza. Trovate nel blog informazioni abbastanza dettagliate sulla mia biografia. Attualmente, mi sto dedicando prevalentemente alle foto, di cui sto rendendo disponibili all'acquisto in rete intanto le piu' recenti ed alcune di quelle precedenti, nel sito "Alcuni Colori nel Mondo in Fotografia". Siccome però non so fare a meno di "esplorare", sto anche tentativamente realizzando dei brevi video a partire da delle sequenza di foto o di scansioni di diapositive particolarmente "fortunate", che trovate sempre nel sito, e vorrei anche prendere spunto da questi ultimi per raccontare nel blog le occasioni in cui le ho scattate. "Work in progress", date un'occhiata ogni tanto.

Lascia un commento