Il riflesso avventuroso

Il riflesso era molto orgoglioso di sé stesso. Essere riflessi è una cosa strana: intanto si riflette di tutto, oggetti, persone, animali, piante, a seconda di dove si è e di cosa o chi passa davanti; poi si percepisce tutto e solo quello che si riflette, così per esempio si è tristi se la persona che magari si ha davanti piange o allegri se sorride. Si impara in questo modo, dai pensieri di chi si riflette, per cui ci sono riflessi ignoranti, capitati su uno specchietto all’angolo di una stradina di periferia e mai mossi di lì in tutta la loro vita, che hanno riflesso solo qualche automobile o bambino o gatto o passero, e riflessi saputelli, per esempio sulla porta a vetri di qualche grande grattacielo per la quale passano persone affaccendate in continuazione. Il nostro era un riflesso avventuroso, che sfruttava la legge dei riflessi, secondo la quale un riflesso si può spostare ogni qualvolta riflette qualcosa di a sua volta riflettente, per viaggiare.


Era nato in un tiepido mattino di primavera, nel bagno di una tranquilla famiglia piccolo-borghese di Roma, quando gli operai venuti a ristrutturarlo avevano liberato un grande specchio dalla sottile pellicola adesiva che lo ricopriva per proteggerlo. Anzi, veramente era nato ancora prima, in un’oscura officina, sotto un macchinario, ed era inizialmente sopravvissuto a stento grazie a della luce che entrava da un’apertura nell’imballaggio, ma siccome aveva riflesso solo oggetti inanimati non sapeva nemmeno di esistere fino a quel momento. La sua prima finestra sul mondo furono le mani sciupate e poi il viso dell’operaio, ed intuì che era stanco ed innervosito, pareva perché alla proprietaria della casa non andava bene come aveva disposto delle piastrelle, non avendo fatto caso a far corrispondere tra loro i quadretti alternati, piú chiari e più scuri, per cui doveva rimettersi a lavorarci sopra, ma lui non sapeva ancora cosa significassero quelle parole.


Successivamente, per diversi mesi la sua era stata una vita piuttosto monotona, rifletteva quasi sempre le larghe mattonelle grigio-rosate e l’angolo della vasca da bagno sulla parete di fronte, salvo brevi momenti in cui i membri della famiglia gli passavano davanti, o aprivano l’anta dell’armadio a muro che lo specchio nascondeva per prendervi asciugamani o medicine o ancora, magari, si fermavano appunto a specchiarsi. In questo modo, benché lentamente e poco a poco, imparò una quantità di cose e le parole corrispondenti per esprimerle; imparò anche a conoscere bene le abitudini della famiglia, una cravatta da annodare qui, un po’ di trucco da mettere o togliere là, corse mattutine per andare al lavoro, a cui si aggiungevano le crisi adolescenziali della ragazzina, che veniva davanti allo specchio a fare boccacce od a fumarsi una delle sue prime sigarette; imparò alla fine, grazie a lei, anche a leggere, perché prese l’abitudine di recitare davanti allo specchio brani di commedie o poesie, e lui con il tempo riuscì a collegare le parole che diceva ai segni neri sui libri.


Solo che appunto, era un riflesso di natura avventurosa, e si stancò ben presto di quel tran-tran: scoprì che poteva spostar-si per puro caso e cominciò subito col girovagare per la casa, prendendo un passaggio dallo specchietto da borsa con cui la signora controllava la pettinatura, ma si ritrovò chiuso nel cassetto di una toilette, dove per sua fortuna entrava un raggio di luce da uno spiraglio per cui poteva continuare a riflettere, ma si annoiava a morte. Allora si fece più audace, ed il giorno dopo riuscì a trasferirsi sullo specchio sovrastante la toilette stessa, a contemplare la pacifica camera da letto; in seguito, divenne abbastanza abile da arrivare a riflettersi nello specchietto minuscolo creato da un pezzetto di marcassite di un orecchino, e così poté uscire dalla casa.


Per la precisione, lì per lì, sentendosi trasportare, ebbe paura e si fermò sul vetro di un quadro in corridoio: le immagini gli arrivavano ora più sbiadite ma spostandosi sulla superficie del vetro poté riflettere strane statuine africane in metallo, donne e uomini alti e magri, riprodotti nelle attitudini e nelle occupazioni più diverse, le donne spesso con un bambino sulle spalle; narravano leggende sulle origini del mondo, comunicategli dalle mani che le avevano scolpite, però lui non si prese il tempo di fermarsi ad indagare. Poi, c’era una libreria, in cui riuscì a malapena ad individuare i titoli dei libri, guide turistiche, libri di ricette di cucina e trattati di medicina; sempre nella libreria, c’era anche un telefono, che scoprì essere un marchingegno che permetteva agli uomini di comunicare a distanza. Insomma era chiaro che il mondo non si limitava a quella casa ed alle poche persone che conosceva, c’era un’infinità di spazio da esplorare: questa nuova consapevolezza vinse i suoi timori, e la mattina successiva cercò un passaggio sullo stesso orecchino ed uscì.


Appena fuori dall’appartamento iniziò a girargli la testa, riflesse le scale del palazzo, la guardiola con il portiere, le buche delle lettere dall’altro lato e poi la strada, con il cielo sconfinato sopra ed una quantità di persone sconosciute tutt’intorno, le insegne, le vetrine dei negozi, i cartelloni pubblicitari, le macchine; a parte tutte le novità, l’orecchino ondeggiava su e giù e la sua proprietaria camminava spedita, il che gli diede un po’ di nausea: avrebbe voluto fermarsi, ma non riusciva mai a riflettere abbastanza a lungo un oggetto da potercisi trasferire, per cui si ritrovò in breve, senza volerlo, al mercato. Tutto era nuovo per lui, ma gli ci volle poco per rendersi conto che era un posto dove si trovavano cibi differenti, e si affannò a tenere a mente i nomi, tipi di pesce, di carne, di verdura, di frutta. Fu proprio alla bancarella del pesce, quando la signora tornò alla fine del giro per ritirarlo, che poté finalmente trovare pace, sulla superficie lucida di una bilancia: si trovò a riflettere una sfortunata aragosta, che rimpiangeva con una tale nostalgia il mare e la sua scogliera di provenienza da fargli pensare che dovesse essere il posto più bello del mondo.


Così decise che voleva andarci, e proprio siccome era un riflesso particolarmente ostinato, dopo intere giornate perse a riflettere persone e pesci di ogni tipo e tristi serate solitarie, riuscì a riflettersi nelle scaglie di una manciata di aringhe il tempo necessario per poi trasferirsi sullo specchietto del furgoncino della commerciante che le vendeva. Questa abitava a Fiumicino, e si recava al mercato del pesce locale a rifornirsi tutte le mattine all’alba, per cui il riflesso si trovò ben presto buttato, insieme appunto a degli scarti di pesce, sull’acqua gialla ed un po’ sporca del Tevere vicino alla sua foce: si lasciò trasportare dalle ondine e provò una gioia immensa mentre l’acqua diventava più limpida e lui capiva di essere diretto in mare aperto, era una beatitudine riflettere il sole e le nuvole del cielo sempre più nitidamente.


In mare, il riflesso era libero di muoversi come gli pareva, poteva appisolarsi su un’onda o correre all’impazzata dall’una all’altra sfruttando un raggio di sole; non conosceva però gli scogli, e rischiò la vita perché si era addormentato, quando un’onda gigantesca gli si precipitò contro, per cui finì in una pozza un po’ isolata che pian piano, nelle ore di caldo sole successive, minacciò di asciugarsi tutta; spaventato, si fece sempre più piccino, cercando le goccioline salate che ancora riflettevano sul fondo, finché per sua fortuna tornò l’alta marea. Scoprì anche di potere scivolare sulle alghe umide che ricoprivano in parte gli scogli, e fece amicizia con innumerevoli granchi; poi incontrò un pescatore e decise di spostarsi sul suo secchio e lasciarsi trasportare verso nuove avventure; nel frattempo era arrivato in Bretagna, per la precisione vicino Quimper, ed ebbe modo, nei giorni successivi, di divertirsi un mondo riflettendosi sulle lucide tute di ragazzi che facevano il surf od andavano in catamarano.


Quando tutto quel mare iniziò a stancarlo, non trovò niente di più facile che spostarsi sullo specchietto di una delle macchine parcheggiate: si trovò ad esplorare l’entroterra, e riflesse prati verdi e mucche, nonché degli strani massi un po’ ovali disposti verticalmente secondo disegni precisi, che scoprì chiamarsi menhir ed essere lì dai tempi antichi, testimonianza di chissà quale religione scomparsa; poi capitò in un posto bellissimo dove poteva spostarsi sulla sabbia lasciata umida dalla bassa marea e percorrere enormi distanze, e dove si trovò a riflettere un vero piccolo monte, che sorgeva isolato in questa vasta spianata, con case abbarbicate tutt’intorno ed un monastero sulla cima, che scoprì chiamarsi Mont Saint-Michel: fu a dir poco stupito di vederlo trasformarsi in un’isoletta subito dopo, al ritorno dell’alta marea. Ancora, riprese il viaggio su di un altro specchietto e finì parecchio più a sud, in un tranquillo laghetto formato da un’ansa della Loira, dove si specchiava un meraviglioso castello; era curioso di visitarlo, e si decise a tentare di nuovo l’avventura di farsi riflettere da un gioiello, stavolta un ciondolo.


Fu così che scoprì un ambiente insolito e particolarmente adatto a lui, ovunque lampadari di cristallo e specchi, passare dall’uno all’altro era un gioco, addirittura le zampe di alcuni mobili riflettevano per quanto erano tirate a lucido. Per la prima volta nella sua vita il riflesso si trovò inoltre contornato da compagni loquaci, che gli insegnarono a comunicare con brevi lampi di luce, in un alfabeto particolare che seppe chiamarsi Morse ed essere stato ideato dagli uomini: era naturalmente importante farlo senza essere visti, perché gli esseri umani ignoravano ancora l’esistenza autonoma dei riflessi, ma lì non c’erano pericoli in quanto il castello restava per la maggior parte del tempo deserto.


Fece amicizia con riflessi provenienti da ogni dove, che gli descrissero la tranquillità di piccole cittadine di provincia e la vita sfolgorante di grandi metropoli; alcuni di loro erano stati anch’essi in mare aperto e la maggior parte aveva viaggiato molto e vissuto le esperienze più diverse, uno in particolare gli narrò di bianche distese di una sostanza che gli uomini chiamavano neve, e che era acqua condensata, su cui pareva fosse meraviglioso lasciarsi scivolare; a vederla era di un bianco candido abbagliante e rifletteva in modo incredibile, tanto da sembrare quasi sprigionare luce essa stessa. Il riflesso divenne quindi un viaggiatore piuttosto informato, e programmò con cura il seguito del suo itinerario, scegliendo di fermarsi a Parigi e di recarsi in seguito sulle Alpi, per andare appunto sulla neve.


Gli ci volle un po’ per trovare il passaggio adatto, ma gli amici appena conosciuti gli avevano anche spiegato che la località di provenienza di un’automobile era identificabile dai numeri e dalle lettere scritte nella targa dietro, per cui stavolta restò a riflettersi nell’angolo di lago di fronte al parcheggio per poi spostarsi su di un particolare specchietto ed arrivare direttamente a Parigi. Rimase piuttosto spaesato, era realmente una metropoli, poi si decise a seguire un altro consiglio e si lasciò trasportare dagli occhiali di un passante giù per delle scale mobili, in una stazione della metropolitana: dal vetro di un vagone vide tunnel su tunnel e marciapiedi affollati passargli davanti ad un ritmo da far girare la testa, un vero ottovolante per riflessi.


Scese ai piedi della torre Eiffel, ed anche lì fu un’esperienza da sogno, su e giù per le rampe di metallo lucido, che al tramonto riflettevano innumerevoli lucine; scoprì poi il brivido del correre tra i grattacieli, spostandosi dalle finestre a specchio dell’uno a quelle di quello di fronte, ed il divertente del vorticare assieme alla porta a vetri girevole di qualche supermercato o grande magazzino; trascorse infine serate a chiacchierare nei bar, dove i messaggi in codice tra riflessi si confondevano tra i mille bagliori dei bicchieri. Tuttavia, fece presto a stancarsi di quella vita troppo frenetica, e pensò con nostalgia al piacere di lasciarsi trasportare dalle onde in mare aperto o dalle acque tranquille di qualche laghetto, riflettendo solo le nuvole.


Decise allora di proseguire il suo viaggio e, dopo qualche indecisione se dirigersi o meno ancora più a nord, perché nel frattempo aveva acquistato abbastanza nozioni di geografia da avere un’idea piuttosto chiara dell’intera Europa, scelse di seguire l’itinerario programmato inizialmente e tornare verso l’Italia, avrebbe comunque visto la neve, sulle Alpi: fece un comodo viaggio in TGV, sdraiato sul finestrino accanto ad un viaggiatore che fumava imperterrito la pipa senza curarsi del divieto e guardando fuori le vaste distese coltivate che lo accompagnarono piacevolmente fino a Lione; poi, cominciarono le montagne, che lui non aveva mai visto. Scese alla stazione all’altezza di Chamonix e fu facile, abituato ormai com’era a spostarsi, trascorrere un po’ di tempo addirittura su un telefonino metallizzato per trovarsi il giorno dopo sul vetro di un vagone della teleferica principale, che portava in cima al Monte Bianco.


Il panorama aveva dell’incredibile, abbastanza da stupire chiunque, lui ripensò ai racconti dei riflessi del castello e si lasciò andare senza paura sulla distesa innevata: era vero, ci si poteva spostare senza sforzo, molto più velocemente degli sciatori, e ci si sentiva luminosi al massimo, quasi un tutt’uno con l’aria frizzante ed il cielo limpido; passò la frontiera tra la Francia e l’Italia volteggiando sulla neve e percorse in lungo ed in largo la pianura bianca più volte, godendosi ogni avvallamento e riflettendo tutti i picchi e picchetti intorno; trovò anche un laghetto, una piccola pozza d’acqua gelida solo in parte coperta di ghiaccio, che si poteva raggiungere attraverso un corridoio di neve, e riflesse delle marmotte e degli stam-becchi.


Quando si decise a scendere ed a riprendere un passaggio sugli occhiali da sci di una persona, era molto stanco, per cui dormì per successive lunghe ore ed al risveglio si ritrovò chiuso in un vagone di treno: per fortuna gli occhiali su cui si trovava sporgevano da una giacca e riflettevano ancora, ma lui si infuriò con sé stesso per essere stato così distratto, oltre tutto non aveva nessuna idea di dove si stesse lasciando trasportare; poi si disse, con il suo solito ottimismo, che aveva iniziato il viaggio affidandosi al caso e poteva essere anche piacevole farlo di nuovo, di sicuro più avventuroso. Invece alla fine scoprì, sorpreso, di essere stato riportato proprio a Roma, in un appartamento di periferia. Avrebbe voluto a quel punto ripercorrere lo stesso itinerario già sperimentato, ma il ragazzo proprietario degli occhiali, che per fortuna ne portava anche un paio normale nella vita di tutti i giorni da cui farsi trasportare, non sembrava essere abituato ad andare al mercato; in compenso, il riflesso aveva imparato a servirsi della metropolitana e dell’autobus ed in questo modo, prendendo anche ad un certo punto un passaggio sul casco di un motociclista, arrivò di nuovo al mare, stavolta ad Ostia, con il trenino. Vi giunse di sera, al tramonto, ed appena possibile si lasciò scivolare in acqua.


La sua meraviglia fu enorme quando scoprì che di notte poteva riflettere non tanto il cielo stellato, la cui luce era così fioca da non dare nessuna soddisfazione se non forse nelle notti di luna piena, quanto i lampioni del lungomare: veniva un riflesso tremolante a causa delle ondine, che lo faceva vibrare di piacere, ed i lampioni sembravano splendide ballerine dalle forme sinuose e morbide; provò a comunicarci, emettendo qualche bagliore e subito da una lampadina gli arrivò la risposta. C’era un altro riflesso, anzi una riflessa al femminile, lì, ed era per questo che stava provando un piacere così intenso, che stupido a pensare che potessero darlo degli oggetti inanimati. Passarono quella e molte altre notti in dolci colloqui, a volte scambiandosi di posto, ora una sul lampione e l’altro in acqua ed ora il contrario, sapendo entrambi che potevano amoreggiare solo grazie al mare, perché se avessero provato a toccarsi realmente si sarebbero potuti attraversare senza provare niente, essendo intangibili; così, invece, potevano accarezzarsi, solleticarsi, baciarsi, perché il riflesso sul lampione creava quello in acqua e viceversa.


Si raccontarono tutta la propria vita e le esperienze avute, l’altra era una riflessa più tranquilla, era nata lì vicino, in una bottiglia nuova di un pub, abituata alla compagnia di innumerevoli diversi riflessi loquaci da subito, ma anche se ne conosceva molti che avevano viaggiato, lei non si era mai mossa da Ostia nella sua vita; aveva anche già avuto altre storie, ma non era mai stata così innamorata. Dopo diverso tempo, con stupore, il riflesso si accorse che la sua compagna si stava ingrandendo, in modo strano, non per effetto di quello che rifletteva ma come se una luce si diffondesse dal suo interno, come se si illuminasse di luce propria; restò a lungo ad accarezzarla dolcemente, mentre il fenomeno continuava, e lui si chiese a che strana magia stesse assistendo, se fosse proprio per effetto delle loro carezze o ci fosse dell’altro.


Lei lo tranquillizzò, le avevano raccontato che poteva succedere, ma che era raro, pochissime coppie di riflessi erano state in grado di dare luce ad un figlio, capitava solo quando la sintonia era perfetta, eppure sembrava essere il caso: si sarebbe ingrandita sempre più, fino a dividersi in due parti, come succede alle cellule od alle amebe, ma in una delle metà ci sarebbe stato qualcosa di entrambi. Quando si sentì pronta, chiese di potersi spostare nell’acqua, mentre il riflesso dal lampione continuava ad abbracciarla, e, proprio come si aspettavano, da lei si separò un piccolo frammento luminoso, che subito scivolò lontano portato via da un’onda; ora il riflesso sapeva cosa volesse dire sul serio nascere.


Lui e la sua compagna restarono lì, sospesi nel loro abbraccio eterno, finché, dopo molti mesi, una notte il lampione si spense all’improvviso fulminato e la lampadina esplose: il riflesso viaggiatore che in quel momento vi si trovava sopra perse così la vita, ma si dice che il figlio di quella strana unione sia stato trasportato dalle onde oltre le bocche di Bonifacio e lo stretto di Gibilterra, poi attraverso l’oceano Atlantico, fino ad arrivare in America.

(Parigi, 2002)

Pubblicato da Barbara Coluzzi (babmafalda)

Sono un'appassionata di fotografia dall'adolescenza. Trovate nel blog informazioni abbastanza dettagliate sulla mia biografia. Attualmente, mi sto dedicando prevalentemente alle foto, di cui sto rendendo disponibili all'acquisto in rete intanto le piu' recenti ed alcune di quelle precedenti, nel sito "Alcuni Colori nel Mondo in Fotografia". Siccome però non so fare a meno di "esplorare", sto anche tentativamente realizzando dei brevi video a partire da delle sequenza di foto o di scansioni di diapositive particolarmente "fortunate", che trovate sempre nel sito, e vorrei anche prendere spunto da questi ultimi per raccontare nel blog le occasioni in cui le ho scattate. "Work in progress", date un'occhiata ogni tanto.

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