Il mondo degli insetti robots I

Gli uomini avevano colonizzato da ormai più di un secolo sia la Luna che Marte, si erano spinti su pianeti anche più lontani e fuori dal sistema solare, senza incontrare altre forme di vita; allo stesso tempo, avevano sviluppato tutte o quasi le possibili applicazioni della tecnologia, costruendo tra l’altro giganteschi computer in parallelo basati su un enorme numero di processori e studiando anche altre, diverse, intelligenze artificiali, sempre più sofisticate. Infine, nell’ultimo decennio, si era iniziata a considerare la possibilità di costruire robots animaloidi, imitando per prima cosa i classici cani e gatti, con l’idea appunto di farne robots specializzati nel fare compagnia, per bambini con genitori troppo occupati per permettersi animali veri, per anziani, per persone malate: la novità era stata talmente bene accolta che la nuova multinazionale aveva trovato azionisti facoltosi e si erano iniziati a produrre in serie anche altri robots animaloidi domestici.

Quindi ci furono robots criceti, teneri e morbidissimi, con il musetto all’insù e sempre affaccendati a mettere da parte del cibo artificiale od a correre nella loro ruota, che lasciati liberi dimostravano indole di topini e si affannavano a rosicchiare libri ed ad usare fessure nei punti più impensabili delle mura come tana. Robots pappagallini, dalle piume vivacemente colorate e capaci di parlare tutte le lingue, compreso arabo, cinese e giapponese, con manuale per insegnarle incluso. Robots pesci-tropicali, per rendere più piacevole la vasca da bagno, istruiti per fare il solletico e capaci se necessario di ac-contentarsi di un bicchiere di qualsiasi liquido conosciuto o quasi. Robots canarini o fringuelli od usignoli, che alternavano al canto dell’uccello da cui prendevano il nome musica classica, nonché robots cuculi, programmati per suonare il rock più infernale, e robots pettirossi, con tutto il repertorio di svariati cantautori del passato incluso. Ancora, robote volpi, da indossare come avvolgicollo nelle serate di gala, robots pulcini e robots anatroccoli che non crescevano mai e poi, ultima recente trovata, robots serpenti ed iguane, che diventa-vano volendo scarpe o borsette, oppure sul divano spaventavano gli ignari ospiti, salvo poi rivelarsi utili sul davanzale interno delle finestre, come salvaspifferi, nelle serate di brutto tempo.

In realtà, il funzionamento dei robots animaloidi, soprattutto di quelli corrispondenti agli animali più evoluti, si basava su principi del tutto diversi da quello degli ordinari computers in parallelo: infatti, in questo caso, i processori erano connessi tra loro da legami in parte casuali che si cercava appunto di modellare in accordo con gli schemi approssimati dei cervelli degli esseri viventi a cui si ispiravano; perciò erano duttili, fantasiosi, capaci di apprendere dai propri errori e, benché dotati di un numero di processori di gran lunga inferiore, erano comunque in grado di rispondere a domande anche complicate, ed a volte risolvevano brillantemente problemi ardui per puro intuito. Va da sé che le persone ci si affezionavano, ci parlavano, ci discutevano, e che l’iniziativa ebbe un successo enorme.

Fu a questo punto che venne l’idea di costruire dei robots insettoidi, che potessero sostituire la manodopera umana nei lavori più faticosi, o noiosi e ripetitivi, con il progetto ambizioso di mettere a punto degli sciami, composti da singole unità che agissero in parallelo, ma nonostante l’idea fosse apparente-mente di una genialità banale ci vollero diversi anni per riuscire a metterla in pratica. I primi tentativi portarono alla robota-mosca-singola-multiuso, facile volendo da impugnare per le ali, con proboscide interscambiabile tra trapano, cacciavite e seghetto: ottima per tutte le necessità domestiche, basata su di un solo processore che registrava posizione e profondità richiesta e sapeva automaticamente la velocità di rotazione in funzione del materiale e così via, era ovviamente completa-mente autonoma e, dopo aver perforato, introduceva elegante-mente lo stop servendosi delle due zampine anteriori. L’analogo robot moscone sostituì invece il martello pneumatico ed il rispettivo operaio nei lavori esterni. Poi venne introdotto un robot scarabeo rinoceronte, per il trasporto dei materiali pesanti, una robota aragosta, per tagliare tronchi e varie, ed una robota eccezionalmente non artropodo ma lumaca per scartavetrare pareti, nonché per dipingerle. Quasi nello stesso periodo fu messa a punto anche una robota ragno, capace di confezionare vestiti su misura tessendo lei stessa la stoffa e di cui successivamente si potenziò l’abilità nel lavorare a maglia ed all’uncinetto; infine si ideò una robota granchio, in grado di cucinare sulla base di un infinito repertorio di ricette.

L’inizio della vera rivoluzione si ebbe però solo con la messa a punto di robote zanzare, motorini volanti comodi da guidare, parcheggiabili davanti alla finestra che, anziché necessitare di benzina, si ricaricavano attaccandosi con la proboscide ad appropriati distributori di energia elettrica, nel caso specifico in forma di fluido rossastro. La moda si sparse con una rapidità incredibile tra gli adolescenti e le sfide su quale fosse il modello più veloce, o quello che permettesse le maggiori acrobazie aeree, divennero entusiasmanti, per cui le robote zanzare sostituirono del tutto gli ordinari motorini in brevissimo tempo. Uno dei vantaggi fu che non ci furono più giovani coin-volti in incidenti, infatti volendo si poteva sempre inserire la guida manuale ma questa si bloccava automaticamente nei momenti davvero pericolosi. In seguito, per le famiglie numero-se, si introdusse la robota tipula, mentre una robota coccinella con finestrelle al posto dei pois, utilizzabile sia su strada che in volo, sostituì le roulottes. Ancora, eleganti robote farfalle presero il posto dei deltaplani, nelle giornate d’ozio avventuroso, in montagna, anche loro con rotta programmabile e capaci se necessario di orientarsi da sole, a seconda del vento.

Il passo decisivo venne infine compiuto dopo quasi un ventennio, riuscendo appunto a ricreare in parte la struttura degli sciami, con numerosi processori corrispondenti ad unità separate e telecomandati a distanza da uno centrale: i robots sciamoidi non necessitavano di essere controllati né che gli venissero dati ordini, erano completamente autosufficienti, bastava far partire il programma apposito. In breve, uno sciame di robote formiche poteva occuparsi di ripulire le strade di un’intera città nell’arco di poche ore, ed uno sciame di robote termiti di costruire una galleria, o una diga, od un grattacielo, od un quartiere di villette a schiera, seguendo fedelmente il progetto, in poche settimane. Gli sciami di robote api furono invece impiegati come vigili e si raccoglievano per esempio per spostare una robota tipula parcheggiata male.

Questo risolse anche il mai sopito timore che i più evoluti robots animaloidi, essendo simili agli esseri umani, e diventando con il tempo ed il corrispondente progresso tecnologico sempre più capaci di ragionare, se adibiti a lavori che trovavano troppo poco gratificanti potessero prima o poi iniziare ad organizzarsi autonomamente in scioperi od addirittura rivolte, come si narrava sui libri di storia che avveniva continuamente tra gli uomini nei secoli passati, quando si era ancora lontanissimi dall’attuale equilibrio permesso sostanzialmente dalle recenti scoperte scientifiche.

Per sfruttare al meglio le nuove risorse, venne proposta ed approvata la creazione di pianeti esclusivamente robotizzati, nei quali i robots animaloidi coordinavano l’operato degli sciami di robots insettoidi; vi si andava per lavoro od anche in vacanza, od ancora, più semplicemente, per attività di studio e culturali. Sui pianeti robotizzati non era mai necessario fare niente di urgente, tutte le possibili attività erano state accurata-mente programmate in anticipo, ed a parte rari, inevitabili, incidenti, si lavorava o giocava o studiava con la massima calma. Il divario rispetto ai pianeti non completamente robo-tizzati divenne tale che dovette essere applicata una nuova legge, era di fatto proibito soggiornarvi per più di un breve periodo di tempo continuativamente, onde evitare di incontrare poi difficoltà a riadattarsi alla vita di tutti i giorni nel pianeta di provenienza. Molta gente in realtà non li amava, e vi andava solo per necessità di lavoro, ma tra gli adolescenti ed i giovani in genere vi era invece chi li adorava, trovandoli spettacolari ed entusiasmanti, ed i robots vigili si impegnavano a far rispet-tare la legge alla lettera in quei casi; d’altra parte, il fatto stesso che i giovani ne fossero affascinati significava pubblicità e motivi in più per realizzare effetti speciali, sempre tendenti a richiamare ulteriormente l’attenzione.

Tra l’altro, dopo lunghi tentennamenti, discussioni infinite tra i responsabili delle multinazionali e svariati progetti abbando-nati, si decise di realizzare un pianeta robotico che fosse solo un parco di divertimenti, che si costruì poi alla fine su un pianetucolo recentemente esplorato della Via Lattea. Nel progetto, l’attrazione che doveva interessare maggiormente, in quanto del tutto nuova, era “La Vita Sognata”: si misero a punto robots che, in base ad un’analisi dei dati anagrafici e della vita personale, più tutti i desideri espressi da una persona, potevano circondarla di una realtà virtuale che si avvicinava il più possibile alle sue speranze; questi cosiddetti robots realizzatori-di-sogni operavano anche loro in sciami, e si tentava di perfezionare l’equilibrio tra l’uso dei robots inset-toidi, di quelli animaloidi e degli ordinari discendenti dei nostri computers in parallelo per migliorarne sempre più le capacità.

All’inaugurazione del pianeta parco-giochi si presentò una folla immensa, proveniente da tutti i pianeti abitati dell’universo, ma la cui maggior parte esitava di fronte a “La Vita Sognata”, nonostante il robot esplicativo si affannasse a ripetere che si trattava appunto solo di un’esperienza da sogno dalla durata reale di pochi minuti. C’era, infatti, una didascalia in piccolo sul volantino pubblicitario, che alcuni avevano letto subito e sulla quale avevano attirato l’attenzione di altri: “La Direzione si riserva il diritto di non prendersi alcuna responsabilità se il sogno dovesse trasformarsi in incubo”.

Infine, i primi che accettarono di provare, ragazzi e ragazze abbastanza giovani da essere ancora del tutto scapestrati, vennero fuori soddisfattissimi ed esaltati, convincendo gli altri a poco a poco: tutti trovarono che c’erano dei tali contrasti, un tale fiammeggiare di colori ed immagini talmente vivide da sembrare vere che tornare poi all’uscita, svegliandosi come appunto da un bel sogno, faceva semmai sembrare un po’ grigia la propria vita di tutti i giorni.

Nessuno fece caso ad una ragazza la quale, nascosta dalla folla a quel punto acclamante, rientrò più e più volte, fino a trovarsi dentro anche quando ripartì l’astronave che, in accordo alla famosa legge, doveva riportare indietro il suo gruppo nel tempo stabilito: fu uno degli incidenti, perché a quel punto rimase prigioniera senza accorgersene della sua stessa realtà virtuale. Solo dopo molti altri secoli, quando per fortuna era anche stato inventato un robot macchina-del-tempo, degli esploratori che giunsero per caso sul pianeta, nel frattempo abbandonato, la ritrovarono, assieme ai sui sogni, ed alle sue paure che a quel punto si erano anch’esse trasformate in realtà virtuale.

(Parigi, 2002)

Pubblicato da Barbara Coluzzi (babmafalda)

Sono un'appassionata di fotografia dall'adolescenza. Trovate nel blog informazioni abbastanza dettagliate sulla mia biografia. Attualmente, mi sto dedicando prevalentemente alle foto, di cui sto rendendo disponibili all'acquisto in rete intanto le piu' recenti ed alcune di quelle precedenti, nel sito "Alcuni Colori nel Mondo in Fotografia". Siccome però non so fare a meno di "esplorare", sto anche tentativamente realizzando dei brevi video a partire da delle sequenza di foto o di scansioni di diapositive particolarmente "fortunate", che trovate sempre nel sito, e vorrei anche prendere spunto da questi ultimi per raccontare nel blog le occasioni in cui le ho scattate. "Work in progress", date un'occhiata ogni tanto.

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